Proponiamo, qui di seguito, la lettera inviata alla diocesi di Milano dai preti fidei donum e dai laici missionari milanesi riuniti a convegno a Huaura, in Perù, dal 27 gennaio al 6 febbraio 2003.
Noi tutti missionari, preti fidei donum e laici, rendiamo grazie a Dio per il cammino intrapreso dalla nostra diocesi di Milano sulle strade della missione. Cammino che lungo gli anni si è fatto più convinto, deciso e maturo nell’esprimere la sollecitudine per tutte le Chiese. Il convegno svoltosi in Perù ne dà testimonianza.
1. Un dono per tutti
L’esperienza dei fidei donum e, solo recentemente, dei laici missionari nella nostra diocesi stanno rimodellando, pur faticosamente, l’autocomprensione del nostro essere missionari e nello stesso tempo la concezione stessa della missione come scambio tra le Chiese. Ciò contribuisce a far maturare un senso di comunione universale in forza del quale si apprende, in primo luogo, ad accogliere modi diversi di vivere la Chiesa, volti diversi di essere discepoli del Maestro pur mostrando l’identico volto del Padre; e in secondo luogo, anche, a pensare l’unità della stessa. È un dato di fatto che, se oggi ci troviamo ad appassionarci dell’annuncio del Vangelo, è perché lo Spirito ha acceso il “fuoco della missione” nei cuori dei credenti e come “vorremmo che divampi” in ciascuno e in ogni comunità cristiana!
2. L’ascolto fraterno: luogo del manifestarsi dell’opera di Dio
Tutti siamo andati al Convegno portando nei nostri cuori interrogativi, perplessità, domande circa le sfide che le Chiese nelle diverse situazioni stanno affrontando in nome del Vangelo e per amore del Signore. Nella lettura paziente e fraterna delle “storie vissute”, di quelle pagine degli Atti degli Apostoli che si stanno scrivendo, nella comunione e scambio con le Chiese sorelle, abbiamo condiviso la gioia del ”vedere il Signore” che ci ha preceduto e ci precede in ogni luogo.
Come Maria ed Elisabetta ci siamo aiutati a leggere nel nostro vissuto, in ciò che sta accadendo nelle nostre Chiese, l’opera di Dio, il quale ci dona la consolazione di ”consumarci in essa”, liberandoci dall’angoscia e dalla pretesa orgogliosa di doverla concludere.
Auspichiamo che lo stile dell’ascolto fraterno sia vissuto in tutte le nostre attività pastorali: catechesi, gruppi, associazioni, consigli pastorali, incontri nei decanati…, perché possiamo sempre “gioire nel vedere il Signore”. L’arte dell’ascoltare praticata nel confronto con la Parola di Dio, con gli altri nelle nostre comunità, con le Chiese sorelle sparse nel mondo può aprire nuovi orizzonti per la comprensione della missione.
3. Mostrare il volto del Padre
Interessante e meritevole di attenzione è stato il fatto di ritrovarci, mentre si sfogliavano insieme le pagine del “libro”, a parlare non di un modello di Chiesa, ma di volto o meglio di volti di Chiesa plasmati dall’unica Parola. Ci è sembrato, pertanto, di capire che la comunione tra Chiese sorelle non è solo richiesta dalla necessità e dal dovere dell’aiuto reciproco, ma ancor più è il luogo che meglio dice e spiega “la compassione del Padre”. La comunione e la fraternità vissute tra Chiese sorelle e, nella Chiesa, tra preti e laici mostrano e annunciano meglio il Vangelo di Gesù. A più riprese, diversi preti e laici in missione, che hanno percorso la sfida dell’essere “mandati a due a due” hanno sottolineato la ricchezza evangelica di tale esperienza e la lungimiranza apostolica che da essa nasce.
4. La povertà, uno stile irrinunciabile
Se la radice della missione è l’amore gratuito di Dio e la scelta di Cristo, il segno caratteristico è la semplicità, il disinteresse, la sobrietà della vita.
Più volte è stata sottolineato il valore della povertà evangelica come dono che i poveri ci offrono e che si manifesta nello stile sobrio della vita del missionario. In concreto si è sottolineata la priorità che si deve dare a ciò che è essenziale, al rapporto con le persone rispetto ai mezzi e alle sicurezze umane. Qui si apre un vasto campo di verifica in rapporto alle offerte per i sacramenti, alle costruzioni, ecc. Deve emergere la coscienza di essere portatori e testimoni di un dono ricevuto, di una grazia che viene da Dio. Compito del missionario è favorire il cammino degli uomini verso Dio. Questo atteggiamento spirituale ci libera dall’ansia pastorale di dover fare, organizzare, proporre, convertire, preoccuparci che le iniziative abbiano successo, che ci sia partecipazione, che tutto funzioni, per verificarci su come noi viviamo la fede, l’amore, il perdono, il rapporto con le persone, la condivisione con chi soffre.
Ci siamo anche detti che il vero e unico mezzo della missione siamo noi, la nostra persona, quello che noi siamo e cerchiamo di diventare. Gesù non si è servito di grandi mezzi, ma ha scelto delle persone e le ha mandate. Ha stabilito con esse un rapporto personale e le ha mandate a creare, a loro volta, rapporti personali (di casa in casa) all’interno dei quali risuona vivo ed affascinante il “saluto della pace” di Gesù.
5. La missione dei poveri
La globalizzazione pone sfide nuove alla missione della Chiesa. In tale contesto, la comunione-scambio tra chiese sorelle chiede di dare concretezza alla solidarietà e alla fraternità evangelica.
Se ne è parlato a lungo e con passione facendo trasparire un vissuto carico delle sofferenze e ingiustizie che tanti fratelli e sorelle sperimentano quotidianamente.
La globalizzazione abbisogna di una redenzione che può accadere ridisegnando un’etica globale, guidata dalla dottrina sociale della Chiesa, così da non diventare una “nuova versione del colonialismo”. Giovanni Paolo II ebbe l’audacia di dire in Canada che nel giorno del giudizio i popoli poveri giudicheranno quelli che li opprimono. Ma, ancor più, i poveri proprio perché sono coloro che non hanno potere, i negletti, sono scelti per una missione, sono convocati per essere mediatori della salvezza dei ricchi, e i deboli sono chiamati a liberare i forti. Mediante la loro povertà e umiltà devono ricordare sempre a tutte le chiese sorelle l’essenziale delle beatitudini e annunciare la buona novella della liberazione a coloro che sono succubi della tentazione del potere, delle ricchezze e del dominio. Pertanto la comunione-scambio tra chiese sorelle diventa condivisione, solidarietà perché nessuna soffra l’umiliazione del mendicare e “tutti siano saziati” dell’abbondanza del Padre; ma diventa anche appello alla conversione, disponibilità a mettersi sotto la forza giudicante e purificatrice della croce, attorno alla quale veniamo ricreati fratelli e familiari di Dio.
Dalle Chiese sorelle noi abbiamo ricevuto e stiamo ricevendo molto: il primato della Parola e dell’Eucaristia, la valorizzazione della responsabilità dei laici, l’accoglienza dei poveri, la sobrietà e l’essenzialità della vita. Riteniamo, pertanto, che la scelta della Chiesa milanese di inviare preti fidei donum e laici in missione sia da confermare e continuare, pur nell’attuale scarsità di vocazioni, convinti che dal poco condiviso il Signore fa discendere un’abbondanza di benedizione per molti.
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