Battesimi

Divido il mio intervento in due momenti: una prima rapida lettura della nostra condizione ecclesiale da un punto di vista fenomenologico, di quello che appare e dei suoi significati. Su questo potrebbero aiutarci i teologi e i sociologi perché alcune cose vanno approfondite, ben al di là di quello che come parroco posso dirvi in questo momento.
Un secondo passo, per uscire dalla genericità, vi presento una proposta concreta di come cerca di accogliere la mia comunità una domanda che si colloca in un momento magico della vita personale e di coppia: quando nasce un figlio e i genitori vengono a chiedere il battesimo.

 

1. La domanda religiosa

 

L’ambiguità del tempo presente: da un lato il clima culturale del nostro paese sembra favorire la crescita della domanda religiosa (MicroMega, una rivista di filosofia che in genere stampa 25.000 copie, con il numero Dio esiste? ha dovuto stampare 100mila copie) e d’altro lato sembra bloccare o neutralizzare una seria ricerca religiosa (sette, gruppi pseudospirituali, devozioni…).


A questo si aggiunga la diffusa tendenza a sentirsi e a dirsi credenti, ma ‘a proprio modo’; appartenenti alla chiesa, ma ‘in un certo modo’…


Occorre tenere presente questo sfondo ambivalente e comunque problematico, perché mi sembra proprio che da qui spesso emerga la domanda di riprendere il cammino di fede da parte di una persona adulta: domanda occasionale, espressa talvolta in maniera implicita talaltra in maniera maldestra, e forse ancora una domanda legata ad occasioni di cristianesimo sociale che appartengono al nostro panorama sociale.

 

Una domanda che chiede di essere compresa e interpretata nella sua profondità come nella sua ambiguità. Il parroco o l’operatore pastorale che intercetta questa domanda si trova di fronte alla necessità di inventare una risposta, ma ancor prima di preoccuparsi di che cosa dire o che cosa fare, si impone anzitutto la necessità di comprendere intelligentemente (intus-legere: leggere dentro) non solo le parole, ma la storia, l’esperienza, i movimenti del cuore della persona adulta.

In secondo luogo non penso che il ricominciante debba ricondurre la sua situazione semplicemente alla fragilità personale, a questioni di incoerenza o di infedeltà, in realtà ci pone di fronte ad una precisa sfida culturale e pastorale: non possiamo affrontarla con un qualche aggiustamento dei metodi di sempre, ma esige da noi un nuovo modo di pensare, di testimoniare e di comunic

are la fede, senza la fretta di incanalare la domanda nelle espressioni ecclesiastiche della fede cristiana.

Si possono ascoltare con emozione le parole appassionate e profetiche con cui Giovanni Paolo II si rivolge ai giovani; possiamo fare appello alle radici culturali cristiane di una ricca storia europea, ma ci si rende conto, come scriveva C.Magris in un fondo del Corriere della sera, che abbiamo piazze piene, chiese vuote… e comunque è insufficiente evocare una cultura cristiana europea che è venuta meno, ed è indubbiamente insufficiente rendere possibile oggi ciò che non siamo stati capaci di compiere ieri in condizioni di gran lunga migliori!

 

Già i Padri della chiesa avvertivano come fondante da questo punto di vista centrare l’essenziale: rendere accessibile l’incontro con il volto di Dio, manifestato in Gesù.
Perché dicevano, succede come ai cani da caccia, il cane che ha visto la volpe la insegue e corre dietro ad essa perché sa che è lì davanti a lui, mentre gli altri cani che non l’hanno vista, dopo un po’ si stancano e smettono di correre.


Così chi ha incontrato il Signore lo seguirà anche nei momenti difficili e confusi, mentre chi ha respirato un clima culturale, una tradizione, mai assunta personalmente, prima o poi finirà per mollare.

In questo senso la domanda di chi vuol ricominciare una seria ricerca di fede non esige immediatamente delle risposte tecniche, organizzative, ma un ripensamento del nostro modo di essere chiesa.
Si tratta di passare da una chiesa della pastorale a una chiesa in missione: a ricomprendere cioè la chiesa in una prospettiva missionaria. Si tratta di un’affermazione che probabilmente vi sarà capitato di sentire o leggere, ma che rischia di rimanere formale: perché la nostra pastorale oggi non è altro che il depositato dei metodi pastorali del passato.


Voglio dire che pur centrata su una persona specifica, su una persona concreta, la re-iniziazione cristiana obbliga ad ampliare il discorso fino al ripensamento della comunità cristiana e della sua vita, perché come dice il Concilio la comunità locale non deve prendersi cura soltanto dei propri fedeli; animata da zelo missionario, essa è tenuta anche ad aprire a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo (Presbiterorum ordinis,6).
Questo comporta una continua evangelizzazione della chiesa, e intendo questo genitivo anzitutto come genitivo oggettivo, nel senso che la chiesa si sottomette al vangelo sempre e costantemente, e solo in seconda battuta come genitivo soggettivo, cioè come evangelizzazione degli uomini ad opera della chiesa.

L’evangelizzazione che alla comunità è chiesto di sostenere comporta in effetti anche il coraggio e l’umiltà necessarie per realizzare una nuova semplicità del contatto umano con Dio. Come chiesa, come comunità cristiana in questa dimensione profondamente spirituale siamo liberati dall’ansia apologetica della legittimazione e dell’auto promozione ecclesiastica.


2. Una comunità si lascia raggiungere dalla domanda

 

Poco, quasi nulla ci dicono i vangeli di quel tempo della vita di Gesù trascorsa nel silenzio di Nazaret, e questo silenzio stesso dei vangeli sulla vita di Gesù prima di iniziare la sua “vita pubblica” ha costituito un riferimento importante nel momento in cui si trattava di pensare all’evangelizzazione di quelle famiglie che si rivolgono alla parrocchia per chiedere il battesimo dei loro figli.

 

Ci sembra che la vita di Nazareth, intesa da Charles de Foucauld non solo come prologo della vita pubblica di Gesù, né semplicemente momento preparatorio della sua missione, ma “Nazareth è la vita di Gesù, non semplicemente la sua prefazione”, possa costituire un parametro importante per l’evangelizzazione della famiglia in una parrocchia della grande città. Nazareth esprime la singolare bellezza domestica dell’insediamento evangelico, nella sua quotidianità e nella qualità delle relazioni. Verso questa possibilità si tratta di accompagnare le persone che chiedono il Battesimo per i loro figli.
In questa prospettiva non si tratta in primo luogo di ‘aderire a’, ma di crescere in consapevolezza: l’aspetto comunitario ed ecclesiale può diventare significativo se vengono incontrate figure religiose con cui fare un tratto di strada.


L’inizio del cammino prende spunto dal desiderio di iscriversi in una tradizione un tempo cara, dalla nostalgia di trovare una ‘casa’ con le sue abitudini… più che ai contenuti specifici, l’interesse sembra essere rivolto alla memoria, alla tradizione, all’appartenenza.


Il percorso per noi si articola su tre questioni fondamentali:


1. Quale chiesa costruiamo quando accogliamo la gente?
2. Quale generazione abbiamo davanti?
3. Un accompagnatore autorevole.

 

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1. QUALE CHIESA COSTRUIAMO QUANDO ACCOGLIAMO LA GENTE ?


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Accogliere le persone per quello che sono

Siamo partiti dalla constatazione che a noi piacerebbe indubbiamente che le persone venissero a chiedere il battesimo perché hanno una relazione personale con Gesù Cristo. Invece esprimono più facilmente e più frequentemente le loro distanze e obiezioni, le loro inquietudini, le loro preoccupazioni e la loro indifferenza.

 

Gesù ha inteso queste domande, le ha ascoltate e le ha accolte con pazienza.
Se ne possono trovare a decine di esempi nel vangelo, la gente l’ha interrogato a partire dalla propria condizione di vita:
Aiutaci periamo!
(siamo disorientati e confusi)
Perché il vostro maestro mangia con i peccatori?
(chissà che gente frequentano)
E’ permesso fare una guarigione di sabato?
(conosciamo le leggi della chiesa)
Perché i tuoi discepoli disobbediscono alla tradizioni?
(Cambia tutto nella chiesa)
Dove troveremo pane a sufficienza?
(Le miserie si moltiplicano)
Perché non abbiamo potuto guarirlo?
(Ho pregato…. non ho ottenuto niente)

 

Senza dubbio Gesù era più di noi impaziente di dire l’amore del Padre.
Questo non gli impedisce di ascoltare: abbiamo da imparare guardandolo, guardando la sua maniera di accogliere e di cominciare gli incontri con le donne e gli uomini del suo tempo.

 

Alcune sottolineature importanti si sono manifestate utili nel nostro modo di accogliere le famiglie che incontriamo quando domandano il battesimo di un loro figlio.
• Questi incontri sono un’occasione per incontrare giovani-adulti che incrociamo raramente nella nostra vita pastorale.
• E’ talvolta difficile stabilire un dialogo. Essere simpatici non basta. Incontriamo una certa aggressività nei confronti della chiesa (esperienze difficili con i preti, conflitti precedenti…) e sempre più una sorta di “scisma sommerso” (Prini) soprattutto per quanto riguarda la morale coniugale, l’accostarsi all’Eucaristia (“la faccio quando me la sento”)…
• La sola maniera di entrare in confidenza è di dare confidenza senza condizioni preliminari. Solo uno sguardo positivo libera e rende possibile un futuro.
• Sono fratelli coloro che incontriamo: non sono di fronte alla chiesa, noi siamo insieme la Chiesa, insieme andiamo verso lo stesso Signore. Condividere un poco la loro vita, le loro sofferenze, le loro preoccupazioni, questo è creare una relazione vera all’interno della quale una parola vera diventa possibile.
“Per questo la cura delle relazioni è la nostra scelta prioritaria di metodo. Incontrare il vangelo è possibile se si incontrano non delle iniziative, ma delle persone”. (Progetto Pastorale Parrocchiale, 4)
• Fare appello al loro passato di chiesa (matrimonio, catechismo, oratorio…) è un modo semplice per dire che anch’essi sono chiesa con noi. “Ti ricordi…” . Spesso, ricordando il passato, essi parlano del presente e talvolta si apre un dialogo su questioni che toccano la fede.

 

Non parliamo troppo in fretta della fede!

 

Con persone di cui non si sa pressoché nulla, che spesso arrivano con domande pratiche e portano con sé la paura di essere interrogate e che le si colga in errore, è meglio non iniziare troppo in fretta il discorso sulla fede.


Se noi parliamo troppo affrettatamente della fede, rischiano di sentirsi su un terreno straniero dove pensano che le trappole siano numerose! E’ più facile che si affronti un discorso sulle questioni pratiche e che in seguito si possa parlare della loro esperienza di fede.
Abbiamo dovuto riconoscere che per la maggior parte delle persone è difficile parlare della fede:
• Il contesto di secolarizzazione del nostro paese (dell’occidente) che relega la fede nella sfera del privato, fa sì che non ci sia un linguaggio comune e nemmeno l’abitudine a parlarne.
• La religione popolare è fatta più di devozioni, di gesti come accendere candele, visite alle chiese dei paesi d’origine, più che non di parole.
• Le richieste profonde di dignità, di identità, di sicurezza che vengono espresse in maniera maldestra (“non siamo animali”, “non è giusto che gli capiti qualcosa”) dicono, al di là delle parole, qualcosa di profondo: esprimono un’attesa di Dio.
• “Si è sempre fatto così in casa”: non è una motivazione negativa, anche se, dobbiamo riconoscerlo è insufficiente, perché diventando genitori si diventa portatori di tradizioni: a loro volta trasmettono quanto hanno ricevuto.

 

Se noi arriviamo all’incontro col nostro sapere ben organizzato e le nostre esigenze, senza dare grande attenzione alle domande, alle richieste profonde e alle attese, noi alimentiamo una distanza e il dialogo è più difficile per accompagnarle ad un autentico incontro col Signore.
Bisogna fare prima questo atto di fede: in loro, lo Spirito ci ha preceduto!

Commetteremo facilmente l’errore di non discernere le attese, le domande implicite, di ridurre la Chiesa a coloro che praticano la domenica.
La chiesa non è il popolo dei battezzati? Ci siamo resi conto dunque, noi che partecipiamo all’Eucaristia, di stare attenti a non escludere dalla Chiesa i non praticanti: è in gioco il senso stesso del nostro battesimo.


“Crediamo in una parrocchia ‘chiesa tra le case’, casa di tutti, dove non viene chiesto quante volte ci sei stato, da quanto tempo non ci vieni, né quanto tempo ci rimarrai: ma a tutti viene offerta la possibilità di incontrare qualcuno, di stare in compagnia, nel senso vero di chi condivide il pane, le gioie e le fatiche, i successi e le delusioni” (Progetto Pastorale, 3).

 

Il discernimento è importante perché bisogna comprendere se si è di fronte ad una fede semplice, oppure all’incredulità, o a una qualche forma di idolatria… che sono, non possiamo dimenticarlo, dinamiche che ci appartengono.
Non è possibile una comunicazione a senso unico, come una comunicazione tra chi sa e chi non sa: si esige piuttosto ascolto e dialogo nel quadro di un cammino comune dove l’altro si trovi accolto per quello che è, perché solo così può cogliere l’opportunità di una preziosa revisione di vita.
E’ importante questa dimensione di accoglienza che è già una forma di missione. Troppe volte consideriamo la missione alla stregua di quanto è accaduto nella scoperta dell’America, i conquistadores hanno trovato solo ciò che cercavano –oro e argento- senza vedere nulla della civiltà degli indios. L’altro è stato assimilato in un quadro narcisistico, secondo la logica dell’identico.
Per cui di fronte al genitore che chiede il Battesimo vi è la possibilità che, cercando in lui la conferma delle nostre idee, della nostra forma di essere cristiani, ne fagocitiamo la personalità e la riduciamo a nostra misura. Allora, come i conquistadores, troveremmo –per cecità- solo ciò che cerchiamo.

 

Una celebrazione che dura nel tempo

 

Accogliere la domanda, riunire i genitori per preparare la celebrazione, cominciare il rito, questo è già fare la chiesa… Il battesimo inizia alla vita cristiana: vorrebbe essere l’occasione per introdurre a conoscere e amare il Signore Gesù, e recuperare l’atto di fede come adesione alla storia di Gesù, significata dallo stesso gesto sacramentale.


Non si tratta di dire più cose possibili, ma di andare all’essenziale. Il battesimo è un atto di Dio e il dono di Dio è sempre in profusione. Il battesimo è dapprima quello di Gesù immerso nella morte per vivere e salvare. In lui, tutti, siamo stati battezzati e salvati nel mistero pasquale.
E’ quel ritorno a Dio cui l’arcivescovo ci ha richiamati nella lettera pastorale 1995-96: vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’ancora che dà fondamento. Ripartire da Dio vuol dire misurarsi su Gesù Cristo.

Il battesimo significa, rende presente e vivo l’amore universale di Dio che salva il mondo. Colui che è battezzato entra nel popolo dei salvati dove ciascuno è amato d’un amore personale: Tu sei mio figlio, l’amato.
Chi diventa genitore sente che questa nuova condizione lo impegna ad una rinnovata disposizione di sé.
Il generare alla vita e il generare alla fede di per sé non vanno distinti: sussiste un rapporto obiettivo tra lieto evento della nascita del bambino e lieto annuncio del Vangelo di Gesù.
Abbiamo sperimentato con alcuni genitori più sensibili una declinazione diversa della risposta alla domanda iniziale al Rito del battesimo: abbiamo chiesto ai genitori di scrivere una lettera al figlio/a nella quale spiegano le motivazioni che li hanno condotti a farlo battezzare, questo testo viene letto all’ingresso come risposta alla domanda “Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?”, e l’invito a conservarlo affinché quando il figlio stesso chiederà ai genitori: “Perché mi avete battezzato?”, i genitori possano a partire da quella lettera approfondire il dialogo.
Un rischio attuale è la riduzione del sacramento a una pratica individuale, dimenticando che riguarda ogni volta la Chiesa, Corpo di Cristo. Anzi, è importante chiederci regolarmente: quale Chiesa costruiamo noi quando prepariamo o celebriamo un sacramento? Questo vale soprattutto nel caso del battesimo poiché è il sacramento che fa entrare nella chiesa e ci rende figli dello stesso Padre.
Come la chiesa l’ha celebrato dalle origini, noi dobbiamo conciliare la grandezza della nostra vocazione cristiana con la misericordia di Dio verso noi che siamo peccatori. Nella pastorale del battesimo come allora, non si tratta prima di tutto di una nostra azione, ma di un’opera di Dio. Tocca a noi accoglierla, riconoscervi la sua grazia e aiutare gli altri a riconoscerla. Rendiamo grazie d’essere chiamati.

 

2. GLI ANNI 30-40:UNA GENERAZIONE ALLA RICERCA DI SENSO


I “trentenni” sono alla ricerca del loro sviluppo personale e di quello dei loro figli. Per questo hanno bisogno di cambiare, di dialogare, di trovare riferimenti che a loro mancano. Ecco un tentativo di ritratto della generazione dei genitori, per favorire il risveglio alla fede e alla catechesi.
Sono nati tra la fine degli anni 50 e gli anni 1970 e la loro educazione è stata fortemente influenzata dalla cultura del liberismo del dopo ‘68. Contrariamente alla generazione che li ha preceduti, questi trentenni non hanno dovuto mettere in discussione dei valori imposti né hanno dovuto combattere contro un’autorità paterna o contro figure istituzionali forti (scuola, Chiesa, ecc.).
Essi hanno incontrato adulti che cercavano di trasmettere loro delle esperienze più che un sapere, alcuni valori tradizionali più che una tradizione.
Per loro non è, quindi, l’istituzione che fissa la norma della verità. La verità lascia posto all’autenticità: “E’ autentico ciò di cui io faccio esperienza. Sono vero perché sono me stesso”. E gli interrogativi che ne scaturiscono sono forti.
I 30-40enni sono alla ricerca di senso, di valori che li aiutino a vivere. La ricerca di coloro che li hanno preceduti negli anni riguardava una nuova società da costruire, la loro ricerca volge piuttosto alla scoperta dei loro spazi personali.

 

Di fronte al futuro

 

Trentacinque anni è l’età in cui si opera una presa di coscienza e ci si rimette in discussione. Si cerca di scoprire il perché della propria esistenza e le proprie esigenze più profonde. E’ l’età in cui si assiste a un picco nei divorzi, ma è anche quella in cui si inizia a proiettarsi nel futuro e a vederne la durata: è il tempo della paternità e maternità, è il tempo dell’acquisto di proprietà…
I giovani adulti di oggi dovendo, senza dubbio, fare i conti con maggiori problemi di stress e di angoscia (disoccupazione, divorzio...) che non i loro predecessori, sono più narcisisti e si preoccupano soprattutto di ciò che è necessario per salvaguardare un equilibrio di vita. L’affanno dovuto al ritmo attuale è tale che vogliono uscirne e approfittare della vita stessa. Viste le condizioni di vita oggi, sanno che essa non scorrerà su binari regolari ma saranno obbligati a cambi di orizzonte: dovranno superare prove di elasticità e di capacità di adattamento (specie nel mondo del lavoro).

Come orientano la loro ricerca? Tutto dipende dallo stile di vita che hanno scelto.
• Alcuni aspirano e si aggrappano ai valori tradizionali presentendo di averne bisogno, a rischio di sembrare conservatori. Essi sono sicuri che se seguono i modelli dei loro genitori o comunque i modelli familiari saranno garantiti nelle difficoltà del mondo d’oggi.
• Ad altri, al contrario, interessa solo la méta che si sono proposti: la riuscita personale e professionale. I valori della tradizione cristiana sono collegati a una morale e a un senso del dovere che impedisce loro di essere competitivi: 30-40 anni è l’età in cui si deve conquistare il proprio posto al sole.

Queste due situazioni estreme esprimono l’eterogeneità di questa generazione, un male parzialmente ereditario, che manca di riferimenti e lotte comuni.
I trentenni tuttavia hanno un tratto dominante: essi pensano di realizzarsi tramite relazioni interpersonali. Relazionano la scoperta di se stessi con il rapporto con l’altro. Il piacere di essere se stessi è legato a un desiderio di convivialità con i loro amici, nella coppia e nella famiglia. Hanno bisogno di ritrovarsi con altri per giungere a creare un loro modo di vita.

Questa generazione è allo stesso tempo intraprendente e chiusa come in un bozzolo. Ricerca prima di tutto una stabilità affettiva. Di fronte alla vita che si accelera, alle incertezze, cerca di formare attorno a sé una bolla di felicità. Vuole riuscire a vivere meglio nell’armonia. La famiglia rappresenta un forte investimento affettivo. Ma tutto questo ha come rovescio della medaglia una maggior difficoltà nel viverne le inevitabili tensioni.

 

I “nuovi” genitori

 

In seno alla famiglia, il successo personale passa attraverso la riuscita dell’educazione dei figli, con un grande bisogno, a tutti i livelli, di ricerca, d’ascolto, di appoggio, d’accompagnamento e anche di grande angoscia per quanto riguarda il futuro, per quello che i loro figli troveranno e che viene i prevalentemente visto come difficile, arduo. Probabilmente questo viene anche dettato dal gap, dalla distanza elevata di età tra loro e i figli, molto maggiore di quella che c’era con i propri genitori.
La riuscita scolastica dei figli è diventata il fine principale e assoluto dell’educazione. Essi stessi sono cresciuti con una relativa autonomia e tutto questo ha forzatamente il suo impatto quando, a loro volta, la devono trasmettere. Forti delle loro esigenze spesso non sanno rispettare la libertà interiore dei figli.
Nello stesso tempo ci sono genitori molto responsabili. Padri e madri sono impegnati professionalmente. Molto più di una volta, i padri cercano di essere presenti malgrado gli impegni della loro vita professionale, apprezzano di poter vedere crescere i loro figli, di avere un rapporto con loro. Con loro grande sofferenza, nei casi di divorzio, e precisamente nell’85% dei casi, il bambino è affidato alla mamma.
All’asilo, a scuola, al catechismo, i genitori affidano i loro figli ad altri: sia perché lavorano e sono sovra-occupati, sia perché pensano che questi altri siano più adatti di loro. I loro anziani la considerano però una deresponsabilizzazione che crea malessere e incomprensione. Tuttavia questi giovani genitori hanno un atteggiamento critico, sorvegliano strettamente ciò che avviene e sono, a questo riguardo, pieni di idee.

 

La loro difficile eredità religiosa

 

I 30-40enni di oggi sono la prima generazione che ha subito un deficit di trasmissione: i loro genitori “sessantottini” non hanno potuto dare loro l’abitudine alla pratica religiosa perché essi stessi vanno poco a messa.
Sono stati catechizzati in una epoca in cui, a seguito del concilio Vaticano II, erano stati fatti grandi sforzi per rinnovare la catechesi. Un rinnovamento che si era avviato più per tentativi, e tutto questo ha lasciato nel complesso poche tracce, soprattutto perché non ha avuto nel tempo un grande seguito.
I trentenni sono privi di riferimenti e di pratica; il linguaggio della fede è a loro spesso sconosciuto.

In cerca di spiritualità

D’altra parte questa generazione è alla ricerca di spiritualità. I 30-40enni aspirano alla preghiera e cercano la sua sorgente. Non si attendono discorsi morali, ma parole che parlino loro nella vita di tutti i giorni e che portino loro felicità. Hanno bisogno, l’abbiamo visto, di ritrovarsi con altri per discutere e confrontare le loro idee ed arricchirsi reciprocamente.
Attendono e si aspettano di essere accolti da una Chiesa che li prenda là dove essi sono e che li accompagni.
Nella loro richiesta di senso, attendono che i loro interlocutori dicano a loro volta i loro fallimenti, i loro successi, le loro speranze.
A causa del loro déficit di ereditarietà, hanno bisogno di confrontarsi anche con la storia di altre generazioni, senza trovarsi di fronte a paure o rancori (la diversità di età tra loro e i catechisti).

 

Un grande bisogno di formazione

 

Coscienti delle loro carenze, i 30-40enni esprimono spesso un bisogno di formazione. Il risveglio alla fede, la catechesi sono occasioni di incontro: “Nessuno mi ha detto nulla”, o, forse, “non mi ricordo di nulla”, e “ero rimasto al catechismo”.
Il loro cammino spirituale si discosta da quello di coloro che hanno ricevuto la tradizione cristiana in eredità e che si adagiano sulle verità ricevute.
I genitori che incontriamo cercano di comprendere, di sapere. Entrano in un cammino di iniziazione se avvertono il beneficio di questa proposta e il coinvolgimento personale di colui che gliela fa. Più che di incontri strutturati, preferiscono la via del rapporto personale con qualcuno cui riconoscono una competenza.


3. UN ACCOMPAGNATORE AUTOREVOLE

 

L’episodio di Emmaus, icona biblica ispirativa del Progetto Pastorale Parrocchiale, riletto alla luce della situazione descritta sopra, ci permette di delineare il profilo di colui che è chiamato ad annunciare il vangelo a queste generazioni. La prima questione che si pone è l’autorevolezza riconosciuta e apprezzata di colui che viene proposto come catechista-accompagnatore.

I discepoli fuggono da Gerusalemme. Hanno ascoltato la testimonianza delle donne sulla risurrezione, ma non sono convinti. Questa è anche frequentemente l’esperienza delle persone che abbiamo di fronte: sono fuggiti dalla chiesa.
L’obiezione dei due discepoli: Lui non l’abbiamo visto, esprime la lacuna più evidente nel cammino di fede di queste generazioni, la mancanza di una relazione personale, la fatica di un rapporto col Signore. Potremmo dire più precisamente con una certa idea del Signore che è stata loro trasmessa.
I discepoli fuggono, abbandonano il loro sogno, sono delusi.
Davanti alla loro cecità (sulla quale sospendiamo qualsiasi giudizio di valore) Gesù racconta le Scritture: entra in dialogo intelligente, nel senso letterale di chi legge dentro le loro menti e i loro cuori.
Osserviamo qui l’autorità della ragione. Si tratta di un primo passo che conduce gli interlocutori ha rileggere l’esperienza in questi termini: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?


Il catechista si rivolge alle menti degli uomini e delle donne che ha di fronte, così da dare un senso alla loro esperienza. Tuttavia ciò non sarà sufficiente, poiché la nostra cultura è caratterizzata anche da una crisi di fiducia nella ragione.
Solo se noi condividiamo il cammino delle persone, se siamo attenti alle loro delusioni, alle loro domande e ai loro dubbi saremo capaci di intercettare i loro sogni e le loro domande con autorevolezza.
Le nostre parole a favore di Cristo non hanno autorità se non diamo autorevolezza all’esperienza di chi abbiamo davanti, se non impariamo il loro linguaggio, se non accettiamo quello che loro hanno da offrire.
Questa autorevolezza esige almeno tre dimensioni che la qualificano come tale: la competenza, il rendere conto e l’essere garante.


L’accompagnatore è anzitutto una persona competente perché la presa in carico, la cura e l’organizzazione del percorso, in una parola il suo agire non è un agire rotolante, una palla che può prendere tutte le direzioni, ma un agire che si muova con un senso di marcia.
E’ ancora una persona che deve saper rendere conto, nel senso di una responsabilità che sa dire il cammino fatto, sa riconoscere le situazioni, sa usare un linguaggio argomentativo (sia verso le persone che verso il parroco).
In terza istanza l’accompagnatore è garante, nel senso del catecumenato, vale a dire si rende conto degli effetti che la sua azione produce, in altre parole vive nella tensione verso la fedeltà al Vangelo, per declinare la testimonianza cristiana nella situazione reale e attuale.
Gli occhi dei discepoli infine si aprono quando lo vedono nell’atto di spezzare il pane, nel momento dell’ospitalità. Le nostre parole devono essere parole di benvenuto agli estranei. Parliamo con l’autorità di Cristo, nel quale tutte le cose si riconciliano.
Il racconto di Emmaus si conclude con i discepoli che ritornano a Gerusalemme per proclamare la loro fede. La crisi dei discepoli è risolta non con la loro sottomissione, ma con la loro missione: essi stessi diventano autorevoli annunciatori, ed è un po’ l’orizzonte verso il quale tendiamo perché siano davvero loro i genitori i primi ad accompagnare i loro figli nella fede.

 

Conclusione


Scriveva il vescovo Walter Kasper la nuova evangelizzazione è prima di tutto e soprattutto un impegno spirituale. E’ perciò fondamentale che noi stessi ci lasciamo interpellare in modo sempre nuovo dal Vangelo; che noi stessi viviamo più decisamente e con maggior gioia secondo lo spirito del vangelo. Se siamo sinceri dobbiamo riconoscere che siamo noi stessi spesso di ostacolo al Vangelo e alla sua diffusione.
Senza la nostra conversione personale, tutte le riforme, anche le più necessarie e ben intenzionate, vanno a cadere e, senza il nostro rinnovamento personale esse finiscono in un vuoto attivismo.

La nostra missione consiste nel trasmettere il dono ricevuto senza misurarlo in base al successo che ottiene: il vangelo non deve percorrere la traiettoria dei prodotti comprati e venduti, né deve essere pesato quantitativamente in base all’audience che riesce a suscitare uno stile di evangelizzazione dominato dalla logica dell’apparire, dell’efficacia, del facile consenso, o dalla volontà di creare condizioni in cui la chiesa conti sulla scena pubblica.
In maniera provocatoria Tillard in un suo breve saggio si chiedeva: siamo gli ultimi cristiani? Penso che siamo inesorabilmente gli ultimi di un certo modo di vivere il cristianesimo, perché se cogliamo questa opportunità possiamo passare da un cristianesimo rococò e barocco ad un cristianesimo più simile alla semplicità delle volte romaniche.

 

4 IDEE PER UN DOPO BATTESIMO: LA MISTAGOGIA

 

“La preparazione ai battesimi è già stata un grande progresso, siamo ora nella fase in cui stiamo muovendo i primi passi per il “dopo” la celebrazione del sacramento.
Le idee sono di tre tipi: incontri occasionali; visita-iniziativa personale; incontro dopo battesimo.
Proposte varie, che permettono a ciascuno di misurare ciò che è possibile, con i mezzi di cui dispone e secondo le persone.

 

1. Incontri occasionali


Per esempio:
• quando si incrociano i genitori per la strada, nei negozi… Chiedere loro come è stato il battesimo, cosa c’è di nuovo…
• In occasione di un pellegrinaggio o di una festa dove si possono invitare le famiglie con i bambini...

 

2. Visita-iniziativa personale


Questo viene fatto più facilmente dalla persona che la famiglia ha incontrato nella preparazione e alla celebrazione, con l’intento di custodire legami già stabiliti. Sarebbe meglio fare una visita (preannunciandola) permettendo lo scambio su quello che si è vissuto per il battesimo, sulla vita del bambino, di proporre questo o quel mezzo per risvegliare la fede… Ma se questo non è possibile, uno scritto può già mantenere un certo legame.
Per esempio:
• Fare una visita alla famiglia per portare il libretto del Battesimo o il Foglio Informativo parrocchiale, o ancora un messaggio della comunità parrocchiale…
• Inviare un biglietto di auguri per il primo anniversario di battesimo del bambino.
• Inviare un biglietto di auguri in occasione della Pasqua, con una proposta semplicissima di risvegliare la fede (es.: tracciare il segno della croce sul bambino prima di andare a dormire…).

 

3. Prevedere un incontro dopo il battesimo

 

Da qualche tempo il ritrovarsi dopo la preparazione al battesimo è entrato nelle abitudini di molte parrocchie, l’idea è di giungere ad un incontro sistematico dopo il battesimo.
Questo suppone di presentare ai genitori, fin dall’inizio, che il cammino del battesimo, che la Chiesa prende molto sul serio, comprende almeno un incontro di preparazione, la celebrazione e un incontro dopo.
E’ possibile riunire diversi gruppi di battesimi in un incontro dopo il battesimo (ad es. a livello di una via, una volta per mese…). In questo caso si potrebbero fare dei piccoli gruppi, per cui le famiglie che si conoscono già un poco si ritrovano con i loro catechisti.
Il principio di questo incontro è quello della rilettura del battesimo. Così, l’incontro di preparazione avrà forse il vantaggio di essere centrato sull’accoglienza delle persone e di quello che vivono, in relazione al Vangelo di Gesù Cristo.
L’incontro dopo battesimo può allora essere l’occasione di avvicinare il mistero della fede con uno scambio sui differenti segni vissuti nel battesimo, un po’ come le catechesi mistagogiche dei Padri della Chiesa alla maniera di s.Cirillo di Gerusalemme o di s.Ambrogio di Milano… Questo può prendere il via dalle foto della liturgia, facendo sottolineare a ciascuno ciò che l’ha colpito, in che cosa quel gesto dice l’amore di Dio per il suo bambino…
Per motivare i genitori a venire ad un tale incontro, e per mantenere un legame con la parrocchia, si potrebbe distribuire in questa occasione un libretto di battesimo “ufficiale”, firmato dalla parrocchia, comprendente le diverse tappe dell’iniziazione che saranno vissute dal nuovo battezzato, e forse anche qualche preghiera e segni elementari (Padre nostro, Ave Maria, segno della croce…).
Si può anche proporre uno scambio di foto (soprattutto se si è limitato il numero dei fotografi: si potrebbe allora incaricare una sola persone di questo impegno durante i riti principali).

 

Conclusioni

 

• La brevità dello svolgimento nel tempo dell’esperienza (circa 3 anni) ci impedisce la possibilità vera e propria di tracciare un bilancio.
• L’impostazione stessa di questo accompagnamento impedisce la misurazione di risultati “a breve”, anche perché il rischio sarebbe di misurare l’efficacia di questo accompagnamento su criteri ecclesiocentrici, che invece ci sembrano scardinati da una visione di chiesa più semplice, meno burocratica, senza ansie di “intruppare” la domanda.
• L’instaurarsi di legami interpersonali significativi, che costituisce il tessuto comunitario così difficilmente “estensibile” in città, viene favorito dagli accompagnatori-catechisti che operano sul territorio e rendono possibile la bellezza domestica della vita cristiana.
• Il passaggio alla catechesi dell’iniziazione cristiana dovrebbe di conseguenza risultare più consapevole, quasi come una continuità e meno improvvisato.
• Notevole impegno viene richiesto per la formazione degli accompagnatori-catechisti, che ne avvertono l’urgenza se messi in condizione di condurre un percorso, che vada al di là della preparazione immediata al Battesimo, ma che abbia come traguardo possibile quello di costruire una nuova semplicità di incontrare il Signore.


p.Giuseppe Bettoni


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