La santa Comunione nella chiesa anglicana

L’autore della riflessione che qui di seguito proponiamo è arcidiacono della Chiesa anglicana di Canterbury. E’ il primo di una serie di contributi che ci aiuteranno a comprendere come viene vissuta l’eucaristia nelle diverse confessioni cristiane. Sia che si celebri la santa Comunione spesso o raramente, sia che la si chiami "Messa", "Eucaristia" o "santa Cena", i teologi di qualsiasi tradizione concordano nel dire che questo servizio è al cuore stesso della pratica cristiana. E’ ciò che Gesù chiede di fare alla sua Chiesa nascente: "Fate questo in memoria di me", e, da allora, la Chiesa incontra sempre il Cristo nella frazione del pane e nella distribuzione del vino - gesto caratteristico della Chiesa, di qualsiasi continente e in qualsiasi occasione.

 

I cristiani non hanno mai trovato mezzo migliore per celebrare un evento significativo, ma anche, e non è meno importante, per garantire la vita quotidiana della Chiesa, del popolo di Dio che si riunisce ritrovandosi così ricreato e rigenerato. Si deve, però, cercare di comprendere il mistero che è al cuore di questo sacramento. Nel corso dei secoli, è stato versato molto sangue e inchiostro ogni volta che gli uomini si sono sforzati di interpretare l’interiore realtà della Comunione. Numerosi sono stati coloro, più preparati di me, che hanno cercato di spiegare certi aspetti di questo sacramento, ma io desidero proporre qui un approccio semplice e diretto. Cerchiamo, quindi, di approfondire certi elementi della comunione: la comunità, il ricordo, l’offerta, lo Spirito, il Servizio. La comunità La santa comunione non è un semplice incontro tra i credenti e il loro Dio ma è il pasto festivo della famiglia di Dio.

 

E’ il convito che forma e educa un popolo, esattamente come i pasti famigliari - al giorno d’oggi purtroppo sempre più rari - formano e consolidano la famiglia umana. Radunandoci intorno a una tavola - la tavola del Signore - siamo inevitabilmente messi in contatto con altri esseri umani anch’essi qui radunati, ed è in questo modo che nasce una comunità. Paolo fu particolarmente inquieto quando venne a sapere che alcuni membri della Chiesa di Corinto, giunti per il pasto del Signore, si raggruppavano tra amici e si mettevano a tavola senza preoccuparsi delle necessità dei loro correligionari meno fortunati, che, giungendo direttamente dal loro lavoro al porto, non avevano nulla da mangiare. Paolo mette in guardia da questa mancanza di considerazione per gli altri: "chi mangia e beve senza discernimento il corpo del Signore, mangia e beve un giudizio contro se stesso" (1 Corinzi 11,29). Chi dice comunione dice comunità.

 

La commemorazione Ecco un vocabolo interessante! "Commemorare un avvenimento" non è la stessa cosa di "ricordarsene", che significa richiamare alla mente un fatto passato perché quando si commemora un avvenimento, ci "si pone all’interno del fatto stesso", se ne riprende possesso, come avviene, per es., nelle cerimonie di commemorazione del mese di novembre di ogni anno. Se, per esempio, salendo sul muro di Adriano, costruito dai romani al nord dell’Inghilterra, si sente la stessa paura che sentiva di notte il legionario solitario in un paese barbaro, o se, passeggiando sul campo di battaglia di Waterloo, si immagina la guardia imperiale che sale invano per l’ultima volta, ecco in questi casi si ha la commemorazione. La memoria attualizza un avvenimento passato, o nello spirito e nel cuore di ciascuno oppure nell’assemblea dei fedeli. Durante la comunione la croce e la resurrezione diventano per il credente delle realtà viventi, ed egli riconosce nuovamente la loro forza e il posto centrale che esse occupano.

 

Il passato e il presente si fondono in un’unica realtà e, per l’intermediazione del suo Spirito, Cristo ci permette di trovarci ancora una volta alla sua presenza. L’offerta Ecco un altro concetto che ha provocato molte dispute lungo tutta la storia della cristianità. Eppure è ben possibile comprendere, molto semplicemente, che nel cuore stesso di questo servizio reso alla comunità si opera uno scambio. Noi portiamo a Dio le nostre vite, Cristo ci dona la sua. L’offerta è reciproca. Quando noi ci rechiamo a prendere il pane e il vino abbiamo le mani piene e vuote nello stesso tempo. Esse sono piene dei problemi e delle gioie della settimana trascorsa, piene delle cose per le quali noi rendiamo grazie e di quelle che turbano la nostra pace. Noi portiamo al suo cospetto la nostra famiglia, il nostro lavoro, i nostri progetti, la settimana che inizia, offriamo tutte queste cose a Dio, perché egli le prenda e le trasformi, le usi e le modelli e ce le renda, se siamo degni di riceverle, nel corso della settimana.

 

Ma, nello stesso tempo, le nostre mani sono vuote, perché non abbiamo da portare nulla che possa valerci un posto nel Regno di Dio: siamo dei semplici pellegrini che hanno bisogno della grazia e dei dono di Gesù Cristo, e soprattutto che egli riversi la sua vita nella nostra, "sorgente di acqua viva che zampillerà fino alla vita eterna" (Gv 4,14). Cristo nella sua umiltà, si offre a noi affinché "noi siamo in lui e lui in noi". L’esperienza che viviamo è dunque la reciproca offerta di Cristo e del credente, uniti dall’amore. Lo Spirito Abbiamo visto la Comunione come incontro con Dio, imperniata sulla croce e la risurrezione di Gesù.

 

Ma la comunione vede all’opera anche lo Spirito Santo. E’ lo Spirito Santo che raduna in una sola e santa famiglia tutto il popolo di Dio, pur così vario. E’ lo Spirito che rende reali gli avvenimenti cruciali della vita di Gesù e la sua presenza in mezzo a noi. E’ lo Spirito l’intermediario tra Cristo e il suo popolo al momento della loro reciproca offerta. La presenza e l’azione dello Spirito impregna il sacramento della comunione e noi lo dovremmo avvertire sia durante la preparazione che durante la celebrazione dell’eucaristia così che essa ne sia santificata. Ciò che fa lo Spirito, in fin dei conti, è di farci pregustare il banchetto celeste che riunirà intorno a Dio, tutto il suo popolo nell’adorazione e nella gioia. Per ora la comunità si raduna per ricevere la santa Comunione, pregustando il Regno santo che Dio ha destinato a tutti noi! Il servizio La liturgia anglicana della comunione usa per il commiato la seguente formula: "Andate in pace, nell’amore a a servizio del Signore".

 

Dopo ogni Comunione, il popolo di Dio dovrebbe trovarsi investito della forza necessaria per assicurare questo servizio al mondo. L’eucaristia dovrebbe cambiare l’uomo. Diceva Michael Ramsay, anziano arcivescovo di Canterbury: "Non si tratta di domandarsi cosa noi facciamo dell’eucaristia, ma ciò che l’eucaristia fa di noi." Si potrebbe andare oltre e dire che dopo la comunione si dovrebbe mettere in guardia chi la riceve contro i rischi in cui potrebbe incorrere: "Attenzione! Questo servizio ci trasformerà!" Se nella comunione non ci ritroviamo lentamente e dolorosamente trasformati da Cristo, significa che "il sistema si inceppa in qualche parte". Un parrocchiano un giorno mi disse, cercando bene le parole giuste: "Questo servizio della comunione .... è una palla di fuoco." La comunione ci fornisce l’alimento necessario per il nostro combattimento di cristiani. O, se il paragone vi sembra troppo militarista, diciamo che ci fornisce il nutrimento per la festa dei folli di Cristo.

 

Ma in un caso o nell’altro, che si sia soldati o folli, l’essenziale è ciò che noi iniziamo a fare della nostra vita dopo la comunione. La verità della fede si trova nei mille e uno dettagli della nostra vita, dal modo in cui spendiamo le nostre energie al modo in cui spendiamo i nostri soldi, dal modo in cui amiamo la nostra famiglia al modo in cui amiamo il nostro vicino poco amabile. E’ sempre nei fatti che si mette alla prova la fede, e la comunione ci offre le migliori fonti da cui trarre la forza e l’ispirazione che ci permette di proseguire nel servizio di Cristo pazientemente offerto a questo mondo ferito.

 

John Pritschard


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