La santa cena nella prospettiva luterana

Non è possibile presentare la celebrazione della santa cena nella Chiesa di tradizione luterana senza ricordare, come preambolo, un punto dottrinale fondamentale e che viene a toccare quanto si è convenuto di chiamare i segni significativi della Chiesa, le notae Ecclesiae. Conservando i quattro segni tradizionali, che hanno il loro posto nel Credo, e sarebbero l’unità, la santità. la cattolicità e l’apostolicità della Chiesa, i testi simbolici luterani ne sottolineano un altro. L’articolo VII della Confessione di Augsbourg, per esempio, dice che "la Chiesa è l’assemblea di tutti i credenti presso i quali il Vangelo è predicato con purezza e il santo sacramento amministrato conformemente al Vangelo" (questo è il testo tedesco, il testo latino ne differisce di poco e dice "la Chiesa è l’assemblea dei santi, nella quale il Vangelo è insegnato nella sua purezza e i sacramenti sono amministrati rettamente - recte administrantur).

 

Da questo ne deriva che nella Chiesa cristiana, non esistono circostanze per celebrare la cena indipendentemente dalla predicazione, intesa come spiegazione e meditazione della Scrittura accompagnata da una esortazione. Il Verbum audibile e il Verbum visibile si ricongiungono, così, nel culto ed è questo che ne costituisce il valore. Ne derivano tre conseguenze essenziali, articolate una all’altra e che ora vorrei rilevare. La prima di queste conseguenze è che la cena non può in alcun modo essere considerata solamente come il culmine e il termine del culto. La predicazione dal pulpito - se si parla del culto domenicale, ma secondo le occasioni può rivestire forme diverse - è come la celebrazione della cena culmine e termine del culto.

 

A volte può anche accadere che la predicazione abbia la prevalenza sulla cena, perché la prepara e la spiega. Pubblicando, nel 1526, il suo trattato sulla Messa tedesca, Lutero ci tiene a precisare che "il punto più importante e più elevato di tutto il servizio divino, è la predicazione e l’insegnamento della parola di Dio." In questo senso un luterano non dirà mai che lui "va a messa", anche se questo termine può darsi che qui e là sia stato conservato per indicare la liturgia eucaristica e ciò che l’accompagna, perché in questo modo rischierebbe di amputare il culto di uno o l’altro dei suoi due componenti.

 

A tutt’oggi questo principio è stato sempre conservato? Bisogna onestamente osservare che la corrente denominata "Chiesa alta (haute Eglise)" che ha acquistato una certa importanza in questi ultimi trenta o quarant’anni, non ha sempre resistito alla tentazione di sopravvalutare la liturgia al punto di trascurare a volte la predicazione. Ricordo dei culti che ci erano proposti negli anni 70, durante i quali i fedeli erano invitati, al suono dell’organo, a meditare il Vangelo che era stato letto, e il pastore si asteneva dal predicare. Per fortuna questi eccessi sembrano oggi non più riprodursi. La seconda conseguenza è che come la predicazione è l’indirizzare a ciascuno una parola a lui personalmente destinata e che fa quindi di lui non un semplice uditore bensì lo impegna personalmente in ciò che è stato detto al punto che egli ne diventa beneficiario così, nello stesso modo, la celebrazione della cena richiede la sua partecipazione effettiva all’insieme della liturgia eucaristica.

 

Comunicarsi non consiste solo nel mangiare, ma è anche pregare con Cristo e gli apostoli nel cenacolo, lodare Dio per i suoi benefici e affidarsi a lui. Per un luterano la netta affermazione della reale presenza di Cristo nella comunione non deve significare la sua materializzazione nel pane e nel vino. Per questo motivo si evita di recare, per esempio, ad un malato gli elementi consacrati nel corso di un culto al quale egli non ha partecipato. Il pastore, invece, è chiamato a celebrare al suo capezzale una liturgia eucaristica completa. Il rischio, ben noto, in cui si incorre agendo in questo modo, è quello di una dissociazione della comunità pastorale in altrettante chiesuole con i propri casi particolari.

 

E’ per evitare questo che la liturgia del 1965 della Chiesa evangelica luterana della Francia, raccomanda che un membro della parrocchia accompagni il pastore ogni volta che deve celebrare la cena a domicilio. Io stesso quando celebro questo servizio, riprendo il testo della Scrittura sul quale avevo già predicato o sul quale predicherò la domenica più prossima, per sottolineare il legame che esiste tra la predicazione e la cena e che è una caratteristica della Chiesa. Si capisce, a questo punto, perché i luterani rifiutano l’adorazione del Santo Sacramento, perché anche in questo caso, si ha una liturgia incompleta e non si obbedisce fino in fondo al comando di Cristo che chiede ai suoi discepoli di prendere e mangiare. La terza conseguenza è che occorre trovare ogni volta le forme che convengono all’occasione tanto per quanto riguarda la predicazione che la liturgia eucaristica. I libri di liturgia prevedono dei servizi speciali come il culto per i giovani, l’apertura di un sinodo, naturalmente l’accompagnamento dei malati e l’assistenza ai morenti, ecc.

 

Per ciascuno di essi la forma della predicazione può e deve variare e lo stesso deve avvenire per lo svolgimento della liturgia eucaristica. I suoi diversi elementi sono presenti ma è lasciato alla libertà dell’officiante di meglio adattarli alle varie circostanze. I responsori, cantati o parlati, sono generalmente i primi a essere trascurati nei casi della comunione dei malati, o rimpiazzati per il culto dei giovani.

 

Vi è anche qui il rischio di lasciare troppo spazio alla soggettività del pastore, incline ad abbandonare o conservare una parte o l’altra della liturgia eucaristica a seconda se è più o meno gradita al proprio temperamento. Si deve, però, constatare un vero e generale rinnovamento nella pratica eucaristica della Chiesa luterana, accompagnato dall’emergere di nuove domande. Per esempio una su cui abbiamo richiamato l’attenzione delle famiglie con confessioni diverse è l’ospitalità eucaristica. La comunione aperta, praticata dalla maggior parte delle Chiese luterane, e per la quale occorre un accompagnamento pastorale particolare permette a ciascuno di prendere in accordo con la sua fede la decisione o meno di comunicarsi.

 

La comunione dei bambini era un tempo un problema sconosciuto, oggi, per lo più, si attende la confermazione per permettere la partecipazione alla cena, ma si richiede che venga impartita una precedente istruzione su questo sacramento nel quadro della Scuola domenicale o del catechismo dottrinale. Parallelamente alla libertà dell’officiante nella celebrazione della santa cena, vi è anche una libertà responsabile dei fedeli, istruiti dalla predicazione, per rispondere personalmente a questi problemi, come pure ad altri che essi si pongono. Per tre volte ho evocato la nozione del rischio. Ma sono stato condotto anche ad utilizzare la parola libertà. A parte tutto non vale forse la pena di saper correre il rischio della libertà quando questa libertà è quella della grazia?

 

Jacque-Noel Pérès


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